DEGNO DI UN CANE IL CIBO...

Il sovrano Alessandro, per farsi gioco di Diogene di Sinope, che veniva chiamato il cinico, gli mandò un vassoio pieno di ossi, ma lui lo accettò e gli mandò a dire: "Degno di un cane il cibo, ma non degno di re il regalo".

Nome:
Località: ROMA

9.17.2007

IL LAVORO UCCIDE... LA DEMOCRAZIA PURE?

E' proprio vero, questa scuola è fallita. Il problema quindi non sono tanto le risorse economiche, quanto quelle mentali. Internet ha una potenzialità devastante, ma all'atto pratico temo che la qualità vada ad uniformarsi su bassi livelli: triste destino delle contemporanee democrazie. Ho aperto questo blog con l'idea di lanciare degli input che aprissero un confronto, che innescassero un dibattito. Forse di blog ce ne sono troppi, e, come sempre, quando c'è troppa scelta finiamo con il non scegliere niente o lo scegliere la stessa cosa. Una scuola senza studenti ha poco senso. Non voglio essere il profeta di nessuno, così come Diogene che sostituì l'antro di una botte alle alture di un palco. Sarebbe bello un giorno aprire un blog con un dominio tutto nostro, o cari cani... Forse così avremmo più visibilità. Chissà, chissà...

1.09.2007

IL MONDO DENTRO

Vista la scarsa partecipazione agli argomenti proposti dalla scuola, proclamo ufficialmente fallito il mio proposito pedagogico - anche, lo ammetto, per inadempienze del sottoscritto - per cui, da buon cinico, mi ritirerò anch'io nella mia botte per giudicare il mondo fuori... Vivo in una città densa di contraddizioni, in cui le persone sono ormai abituate a sopportare quotidianamente ogni tipo di sopruso, e forse, visto anche l'ultimo episodio - ma solo in ordine di tempo - del down offeso e malmenato sull'autobus per aver evitato uno scippo, senza che nessuno intervenisse, salvo poi esser chiamato dalle istituzioni a ritirare un bel premio per il gesto compiuto (per approfondimenti potete leggere di più su www.beppegrillo.it)... dico forse, visto il materiale a disposizione, le cronache dalla città eterna potranno magari stimolare qualche casuale passante.. che poi, a metter la testa dentro una botte si vede in principio tutto nero, ma la vista alla lunga si adatta e in prospettiva le cose cambiano...
a presto rivederci!
P.s.: se anche voi avete i sensi ancora svegli e volete dilettarci con storie dal variegato universo dell'umanità, sappiate che qui sarete sempre i benvenuti...

12.19.2006

UNIVERSALISMI

Riallacciandomi a un commento del Piero Ciampi riguardo al potere - inteso come mediatore fra soggetti sociali in possesso di una data tecnica - vorrei adesso soffermarmi su che cosa sia da intendersi oggi l'università. Parlo da ex studente di quello che ormai viene ricordato come "vecchio" ordinamento - chi c'è passato si ricorderà delle lunghe sessioni semestrali passate su pile di testi fra loro distanti, e spazialmente e temporalmente, ma che prevedevano, dato essenziale, un percorso culturale ed intellettuale tracciato dai professori - e che s'interroga sui fini, più o meno nascosti, dell'ultima riforma. E' evidente a tutti che la crescente specializzazione venga auspicata da una società che mira alla divisione dei vari strati, che da sociali sono diventati per l'appunto tecnici, basati cioè sulle competenze: qualcosa di simile alle vecchie suddivisioni di arti e mestieri, con la differenza che la cultura medievale restava in qualche modo universalistica ed enciclopedica. Se si vanno a vedere i programmi e gl'indirizzi delle università di oggi - cosa ancora più preoccupante quando succede in contesti umanistici - risulta invece che la specializzazione non è più soltanto tecnica - manuale, per così dire - ma anche culturale - intellettuale. Il potere in questo caso non si limita a mediare fra i soggetti - lo fa in due modi: manovrando i futuri tecnici e accordando università e partner finanziari - ma si autoalimenta grazie agli effetti del proprio lavoro: creando nuovi posti di lavoro ad hoc autorizza le università, e di conseguenza tutte le altre strutture scolastiche, a perseguire sempre più scrupolosamente il proprio scopo. L'insofferenza per la teoria - comprensibile laddove essa voglia arrogarsi qualche primato sulla pratica - sta aumentando contestualmente alla richiesta di studenti pronti all'inserimento nel mondo del lavoro ancor prima di aver terminato gli studi. Gli stage non retribuiti, tanto per fare un esempio, a chi servono: agli studenti per inserirsi in un'azienda, all'azienda per sfruttare il loro lavoro non retribuito o alle università che percepiscono i finanziamenti? Ed i master: servono davvero a prepararci meglio per il futuro, o non sono soltanto uno degli ultimi stratagemmi inventati dal potere per parcheggiare e tener buoni per qualche anno ancora dei cervelli che ribollirebbero altrimenti di rabbia e di noia?

10.24.2006

ANTAGONISMI

Mi scuso per la mia prolungata assenza, ma anche noi cani dobbiamo sopravvivere, e per farlo ci tocca tirare la catena, quando più quando meno...
Eravamo rimasti al quesito finale del Piero Ciampi: che cosa s'intenda cioè per appiattimento degli antagonismi sociali. Con ciò non voglio affatto intendere che gli antagonismi siano scomparsi, ma che ad un livello superficiale, performativo ed informativo, essi vengono neutralizzati. L'uso di internet e la copertura sempre più vasta dell'informazione, dovuta all'avvento di mezzi di trasmissione sempre più efficaci, non serve in realtà a dire di più, quanto piuttosto ad occultare sempre più efficacemente il non detto. Questo vale anche per la presunta libertà di internet, che come mezzo in sé avrebbe un potenziale enorme come motore di circolazione delle idee - ma non dimentichiamoci che lo stesso discorso poteva valere anni fa per la tv, almeno dal punto di vista della sua diffusione - che però si sta muovendo verso una direzione che probabilmente era inscritta sin dall'inizio: la proliferazione e la dispersione degli spazi virtuali non si identifica necessariamente con un maggior numero di scelte possibili, anzi, alla lunga sembra indebolire la presenza degli spazi alternativi - la loro capacità di dire appunto - favorendo paradossalmente quella dei luoghi deputati del sapere/potere. Penso ad esempio ai siti dei quotidiani, che recuperano tutta una fascia di lettori disabituati ormai alla pratica dell'acquisto giornaliero di carta stampata - favorendo anche un effetto di analfabetismo di ritorno - o ai motori di ricerca: su internet è ormai diventata una gara a chi è più bravo a inserire parole chiave per arrivare ai primi posti - chiaro esempio di libertà di scelta pilotata, o teleguidata se preferite. Che cosa c'entra tutto ciò con la conflittualità? Io credo che c'entri molto, e lo leggo come uno degli effetti "naturali" del concetto di democrazia così come viene inteso oggi: ad una sempre maggiore spinta verso l'individualismo si accompagna una vera e propria abitudine a delegare tutto ciò che non ci riguarda direttamente. L'antagonismo viene spinto sempre più verso il campo della virtualità - e quand'esso è "reale", come nel caso degli scontri di piazza, viene in qualche modo "virtualizzato" attraverso la ripetizione degli occhi di ripresa (in primo luogo della tv e di internet stesso) che ce lo allontanano nel momento stesso in cui c'illudono di avvicinarcelo. Ciò che ci viene detto è: noi siamo qui per te, non devi far altro che guardare... Da secoli il rapporto tra potere e visualizzazione - tra sguardo e sapere - è indistricabile, ma è indubbio che abbia subito delle notevoli variazioni e che oggi esso sia ancora più forte. Più visibilità, maggiore controllo. E' come l'esempio che porta Deleuze in Che cos'è l'atto di creazione, quando parla della moltiplicazione delle auostrade come apparente incremento della libertà di circolazione, a cui però si accompagna anche un maggior controllo - una maggiore visualizzazione del territorio. E' un po' quello che succede con la rete internet, attraverso il controllo degli accessi... Forse sono andato fuori dal seminato, e per questo vi rilancio il quesito: quali sono per voi i luoghi della conflittualità nelle moderne democrazie occidentali?

10.06.2006

PROLIFERAZIONI

Riporto integralmente l'intervento di Piero, a cui mi riservo di rispondere dopo dovute riflessioni, perché è denso di spunti che allargano la nostra digressione sul divenire.
Vorrei precisare che si tratta di un primo successo del Cinosarge: lungi da me l'idea di essere maestro; vorrei invece che si creasse un discorso a più voci (questo è l'intento con cui ho aperto lo spazio), correndo anche il rischio di incorrere in qualche "stecca"... ma quelle sono fondamentali per trovare gli accordi "giusti" ogni volta che si varia la tonalità...

Sono d'accordo sul discorso dell'Altro lacaniano.A proposito di cio' vorrei dire come anche nell'incontro tra persone si sia perso il gusto dell'attesa,il fascino e il dolore dell'assenza.Un divenire ,in questo senso,apparentemente troppo fluido...ma questa fluidita' e' imposta e comporta,paradossalmente,un freno(coercizione)...alla nostra capacita' individuale di assaporare il tempo.Mi fermo qui perche' le considerazioni sociologiche conseguenti a tutto cio' penso che non siano attienti alla nostra conversazione che e' invece soprattutto filosofica.Sul problema dell'immagine-informazione ha scritto cose stupende gunther anders nel suo "l'uomo e' antiquato"(1955),dove dice "chi e' informato non e' libero perche' invece della cosa riceve soltanto il suo predicato" oppure quando afferma "..il positivo assunto delle trasmissioni e' proprio quello di produrre attegiamente ambigui:esse si propongono di produrre una serieta' non seria o una seria non-serieta',cioe' uno stato di oscillazione e fluttuazione,in cui la distinzione tras serio e non serio non ha piu' valore , e nel quale l'ascoltatore non puo' nemmeno porsi la domanda".Nella maggior democraticita' di internet(rispetto alla televisione di cui parlava anders) vedo solo pericoli in piu'.Ci e' negata anche la liberta' di fare esperienza reale:visto che il mondo ce lo portano a casa.Con "capitalismo senza attriti" bill gates voleva dire forse altre cose ma appena l'ho letto mi e' venuto in mente Anders ..." Se prima non eravamo in grado di afferrare o di interpretare questa o quella porzione di mondo,cio' avveniva perche' l'oggeto ci sfuggiva o ci opponeva una RESISTENZA che non potevamo infrangere.Oggi non e' piu' così.Ma e' proprio questa MANCANZA di resistenza del mondo trasmesso che impedisce di afferrarlo e di interpretarlo.O forse, non e' poi tanto strano: non afferriamo una pillola liscia che scivola giu' senza resistenza.Il mondo che penetra facilmente somiglia alla pillola.Il mondo,la realta' si rende troppo facile,e' troppo premuroso,e nel momento stesso in cui si presenta si e' gia' concesso,quindi non arriviamo nemmeno a prenderlo;e tanto meno a dover mettere dell'impegno per afferrarlo e per affernarne il senso".Tutto cio' porta ad una omologazione degli individui che non puo' far altro che appiattire gli "antagonismi sociali"?Potresti farmi un esempio di appiattimento di antagonismo sociale?Il divenire del soggetto e' il divenire del consumatore che dipende dal divenire economico-tecnologico.

10.03.2006

TECNOCRAZIA E INDIVIDUALITA'

A proposito del tema proposto precedentemente, il Piero Ciampi (chi non lo conoscesse corra subito a cercare i dischi dello scomparso cantautore livornese) punta l'attenzione sulla riduzione del movimento del divenire all'ambito dell'economia - ci dice, cioè, che ormai vediamo il divenire soltanto come sviluppo (che io prendo nell'accezione economica) che pervade tutti i campi, da quello lavorativo a quello amoroso. Egli intravede la causa nella tecnocrazia (la cui etimologia greca proviene da tecne - tecnica - e cratos - potere - da cui governo dei tecnici) che annulla le individualità. E' paradossale parlare di ciò su internet, poiché in quello che viene definito cyberspazio si verifica proprio questo rovesciamento di termini: laddove si ha apprentemente più libertà, dove il divenire sembra più fluido, si ritrova invece il massimo della coercizione. E' interessante leggere, sul caso in questione, il testo di Slavoj Zizek intitolato L'epidemia dell'immaginario. Il filosofo slavo affronta ciò che definisce la soppressione del master - inteso qui come il grande Altro, in senso lacaniano, che si profila all'orizzonte - e del potere simbolico (virtuale) che esso rappresenta: teorie come il cyberevoluzionismo, costruite sull'ideologia del cyberspazio come organismo naturale auto-evolventesi, perdono di vista le reali relazioni di potere - politiche ed istituzionali - entro cui organismi come internet possono prosperare. L'illusoria libertà illimitata che ci fa toccare il mondo del cyberspazio si ribalta così nel suo contrario: ciò che viene annullata è la fondamentale distanza dall'Altro, dallo Straniero, in cui l'eccesso di scelta rischia di essere esperito come impossibilità di scegliere. Si perde la prossimità, e con essa l'individualità: "la comunità universale della partecipazione diretta escluderà tanto più energicamente coloro a cui è impedito parteciparvi".
Può sembrare un pensiero reazionario, eppure il fatto che sia stato lo stesso Bill Gates a celebrare il cyberspazio come "capitalismo senza attriti" dovrebbe farci riflettere: al di là degli ostacoli materiali, quest'idea preannuncia, ahimè, anche l'appiattimento degli antagonismi sociali.
E senza di essi, penso di poter dire che non esista reale divenire...

9.25.2006

PRIMO TEMA

Visto che al mio appello ha risposto soltanto l'Ale, direi che all'unanimità il Cinosarge sceglie di affrontare il tema da lei proposto per iniziare questa prima tornata di discussioni, ovvero:

del divenire e delle sue conseguenze


In uno dei suoi frammenti più famosi Eraclito afferma:
"negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo"
Per quanto egli sia riconosciuto come il "padre del divenire", il filosofo che più estremizzerà questa posizione sarà Cratilo (di cui sappiamo dal famoso dialogo platonico), teorico del "panta rei" (tutto scorre), secondo cui sarebbe addirittura impossibile conoscere ciò che scorre sempre e, di conseguenza, attribuirgli un nome: ovvero, le cose si possono soltanto indicare.
Inutile sottolineare come il tema del divenire sia diventato uno degli spunti centrali della filosofia contemporanea (basti pensare a Gilles Deleuze ed alle sue ri-letture di alcuni filosofi come Bergson, Spinoza o Leibniz), poiché quello che qua c'interessa è arrivare subito al nocciolo del problema rimarcato dall'Ale, che credo possa essere così interpretato:
come affrontiamo il divenire/cambiamento e soprattutto le sue conseguenze?
Il tema è vastissimo, anche perché ne chiama in causa tanti altri, e non può essere scollegato da una riflessione sul concetto d'identità, ad esempio, come non può esulare da una riflessione sul problema della libertà di scelta.
Innanzitutto proporrei dunque un primo punto su cui dibattere, un modo per contestualizzare il problema, ovvero:
che cosa intendete oggi, nel mondo della comunicazione e del mercato globale e digitalizzato, per identità? Da qui ne consegue che se ne potrà dedurre se per divenire s'intende il cambiamento del soggetto, del mondo fuori del soggetto, o piuttosto di entrambe o di nessuno dei due aspetti...
A voi la parola